Monastero
di San Pietro in Lamosa - Provaglio d'Iseo
Il Monastero di San Pietro in Lamosa è un importante complesso
monastico cluniacense di epoca romanica, costruito nell’XI secolo, il cui
piazzale antistante si affaccia sulle Torbiere del Sebino, dette anche “lame”,
da cui prende il nome.
Il nucleo originario del monastero, consistente in una piccola chiesetta a tre
navate con ingresso preceduto da un atrio, venne donato nel 1083 ai monaci di
Cluny da due feudatari longobardi e divenne in seguito uno dei principali siti
cluniacensi in Italia.
Tra la fine del XII secolo e gli inizi del seguente, la chiesa venne ampliata
con la costruzione delle due cappelle laterali a nord , che conservano gli
affreschi più antichi, alle quali si aggiunse sul finire del XIV secolo una
terza cappella gotica, coperta da una volta ogivale a costoloni. Nel XV secolo
l’edificio venne radicalmente ristrutturato, secondo un modello comune a tante
chiese rurali quattrocentesche dell’Italia settentrionale: le tre navate e
l’atrio furono demoliti e sostituiti da un’ampia aula unica suddivisa in quattro
campate da arconi ogivali traversi che reggono il tetto a due falde. Infine,
entro la metà del Cinquecento, l’abside centrale venne allungata e ridipinta, e
la nuova navatella settentrionale fu completata con la costruzione di un’ultima
campata con volta ad ombrello decorata da affreschi attribuiti a Paolo da
Caylina il Giovane.
I cluniacensi rimasero in San Pietro fino agli anni ’70 del XV secolo e nel 1536
il monastero venne assegnato ai canonici regolari di San Salvatore di Brescia,
che avevano sede presso la chiesa di San Giovanni. In seguito alle soppressioni
napoleoniche, l’intero complesso passò in mano privata e trasformato in una
vasta dimora signorile.
Nel 1983 la chiesa di San Pietro e l'antistante cappella barocca vennero donate
alla Parrocchia di Provaglio d’Iseo e recuperate grazie all’impegno
dell’Associazione Amici del Monastero.
All’interno della chiesa si trovano pregevoli affreschi votivi databili tra il
XIV e il XVI secolo, raffiguranti un vasto repertorio di santi riferibili alla
religiosità locale.
Da un porticina a destra della navata, posto sotto il grande organo ligneo
seicentesco attribuito ai Fantoni, si accede al piccolo e grazioso chiostro,
comunicante con l’Oratorio dei Disciplini.
L’oratorio della Disciplina di Santa Maria
Maddalena presso il Monastero di San Pietro in Lamosa Provaglio d’Iseo
La presenza dell’oratorio è documentata a partire dal
1505. Dagli atti delle visite pastorali ottocentesche si desume che
doveva essere un edificio allungato, abbastanza decoroso, con un
solo altare maggiore collocato nella parete della chiesa attigua
alla parrocchiale, nella quale si poteva guardare attraverso una
finestrella. Nel corso dei secoli subì una serie di stravolgimenti
che ne compromisero l’originaria struttura: la decadenza iniziò con
la soppressione napoleonica, la quale lo avviò ad usi non
compatibili alla preservazione del suo corredo pittorico. Solo nel
1939 si intervenne sull’edificio riportando alla luce gli affreschi
scialbati realizzati al suo interno, raffiguranti scene della
Passione, Morte e Resurrezione di Cristo, sotto i quali si trova uno
strato pittorico di epoca precedente con resti di affreschi votivi.
Il tema iconografico è strettamente legato alla presenza della
confraternita, perché il disciplinarsi era considerato atto
penitenziale ad azione salvifica volto all’identificazione mistica
con il Cristo flagellato. Nella fascia del sottotetto, sulle pareti
sud e ovest, corre una decorazione con elementi vegetali su un
intenso sfondo rosso, tra i quali si collocano dei tondi
raffiguranti busti di santi, mentre sulla parete nord si trova una
decorazione più semplice, caratterizzata da un tralcio vegetale con
fiori rossi.
Dai primi studi che sono stati affrontati, sembra che il ciclo sia
databile tra la fine del Quattro e gli inizi del Cinquecento, ma non
si trovano esempi analoghi, realizzati sul territorio, da porre a
confronto. L’autore, per il quale ancora si dibattono diverse
ipotesi, utilizza un lessico figurativo popolare, ispirato, secondo
una studio di G. Merlo, da suggestioni provenienti dal nord. Egli
ipotizza la presenza di maestranze girovaghe, di provenienza
veneto-trentina che, spostandosi da una località all’altra,
immettevano elementi stilistici ignoti rispetto al contesto
culturale in cui lavoravano. Inoltre lo studioso suppone la presenza
di due diversi maestri dominanti che si spartirono le scene durante
l’esecuzione, per confluire nella scena della Crocifissione, nella
quale si rilevano incongruenze stilistiche imputabili alla duplice
esecuzione. Da una selva di lance e gonfaloni si erge la croce su
cui è infisso Cristo, caratterizzato da un’espressione calma e
pacata, alla quale si contrappongono le torsioni esasperate e i
movimenti scomposti dei corpi dei due ladroni, dagli sguardi
allucinati e dalle fisionomie alterate. La tensione si smorza nel
registro inferiore, dove i personaggi sono pervasi da un senso di
pacata bonarietà.
Purtroppo la dispersione dell’archivio della confraternita in
seguito alla soppressione napoleonica non consente alcuna verifica
documentaria sugli autori del ciclo.
Durante i restauri appena conclusi è emersa, sulla facciata esterna
dell’oratorio, un’immagine della Madonna della Misericordia, che
avvolge una schiera di disciplini sotto il suo manto. Essa tiene le
braccia distese a protezione degli astanti e sorregge, insieme a due
angeli in volo, un manto soppannato a riquadri bianchi. I disciplini
sono tutti inginocchiati, facilmente riconoscibili dalla tunica, dal
cappuccio che copre il volto e dal flagello. I primi due ai lati
della Vergine hanno il capo scoperto e reggono un libro aperto,
forse indicante la Regola.
Per apprendimenti sul tema: “Le Discipline del Sebino, tra medioevo
e età moderna”, risultato della ricerca coordinata da Universitas
Ysei, con testi di Antonio Burlotti, Mauro Pennacchio, Alessandra
Piccinelli, Federico Troletti, Angelo Valsecchi, Attilio Alfredo
Zani.
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